Percorrendo
la provinciale che congiunge Martano a Soleto, a tre km dal
centro urbano sorge l'antico villaggio di Apigliano, situato
intorno alla chiesa di San Lorenzo. Attestato per la prima
volta dalle fonti nella metà del XIV secolo, ed abbandonato
prima del 1537-40, gli scavi hanno dimostrato che il villaggio
esisteva già in età bizantina, almeno dal IX-X
Secolo.
Le testimonianze archeologiche più antiche, salvo qualche
oggetto preistorico e di età romana imperiale, riferiscono
probabilmente di un chorion o unità fiscale bizantina.
Fondazioni di muro a secco o in terra, un acciottolato, un
forno per la lavorazione del ferro ed altri rinvenimenti,
attestano un insediamento già di una certa importanza
durante il X secolo. D'età preistorica, il Menhir di
"Santu Totaru" o del Teofilo, all'interno dell'abitato.
E' ritenuto elemento d'antichi rituali religiosi che ebbbero
luogo presso le genti Japigie all'inizio dell'Età del
Ferro (IX - VII secolo a.C.). Nel Medio Evo fu abitata da
coloni trasferitisi dalle terre orientali dell'Impero e fu
tanto fortemente grecizzata che il rito greco vi si mantenne
fino al Seicento, mentre resiste ancora sulla bocca della
popolazione locale il dialetto Griko ed è ancora possibile
recuperare elementi del ricco patrimonio delle tradizioni
e del folklore.
Da Martano provengono tre Codici greci dei secoli XIII - XIV
acquisiti dalla Biblioteca Ambrosiana. Fortificata dopo la
riconquista aragonese di Otranto, Martano conserva nel nucleo
abitato (specie lungo le vie Catumerea e Zaca) che fu compreso
nel circuito murario, di cui sopravanzano due torri a pianta
circolare, molti esemplari episodi di cultura architettonica
espressi, oltre che dalle tipiche case a corte, da case palazzate
e da veri e propri palazzetti, edifici databili ai secoli
XVI - XVIII, alcuni dei quali contrassegnati da iscrizioni
umanistiche o da riferimenti araldici. Tra questi citiamo
Palazzo Moschettini costruito tra il 1710 e il 1720. La prima
cosa che risalta agli occhi ammirando il palazzo sono sicuramente
le 6 aperture che animano il primo piano; il fastoso portale,
assimetricamente collocato in facciata, e sormontato da un
lungo balcone sorretto da sette mensoloni di notevolissima
potenza figurativa ed inventiva; ben diciassette pilastrini
definiscono la balaustra del balcone che inquadra un arco
stemmato che, arretrato, contiene l'apertura per l'accesso
al balcone.
Altro esemplare tipico dell'abilità costruttiva delle
maestranze martanesi e del gusto delle ricche famiglie committenti
è l'elemento più caratteristico di questo edificio:
la parte terminale, specie di ballatoio sostenuto da beccatelli
e archetti pensili che si sviluppano per tutta la lunghezza
della facciata e sono uno diverso dall'altro a riprova di
una capacità ideativa veramente straordinaria. In alto
nel parapetto si aprono le saettiere che servivano per scrutare
se dal mare arrivavano i soliti temutissimi Turchi; Palazzo
Micali datato 1719. Costituisce il palazzetto architettonicamente
più maturo della fiorente attività edilizia
locale del primo '700. Assai simile, specialmente nella zona
inferiore, al palazzo Andrichi - Moschettini, è caratterizzato
dal lungo balcone sorretto da sei mensoloni che reggono una
balaustra ornata da splendidi motivi scolpiti. Sotto la bifora
pensile si apre l'elaborato portale con lo stemma e la data
(1719). Sul capitello centrale della bifora è issata
la statua dell'Arcangelo Michele: questo pezzo di eccezionale
bravura esecutiva sembra appeso al cornicione ed è
uno dei momenti migliori della secolare esperienza costruttiva
delle maestranze martanesi, il punto più alto di equilibrio
tra tecnica e fantasia; palazzo Pino, in gran parte ristrutturato
alla fine del XVIII secolo, si affaccia sulla attuale via
Marconi, cioè in una zona fuori le mura, oltre il fossato
che all'epoca doveva essere già scomparso.
Ha un impianto seicentesco e avanzi di un giardino assai vasto.
Il motivo più significativo è, tuttavia, il
sistema portale-balcone-arcostemmato. Il portale può
essere dei primi decenni del XVIII secolo; più tardo
(circa 1780-90) il virtuosistico balcone traforato sostenuto
da sei elaborati mensoloni, insieme perfettamente conservato
ed esemplare dell'abilità tecnica ed artistica delle
maestranze martanesi.
Sopra il balcone, quasi come una loggia poco profonda, si
innalza un elaborato arco a tre segmenti sormontato da un
ricchissimo stemma che emerge su tutto e reca un'iscrizione
in caratteri greci di difficile lettura ma che probabilmente
è fatta ad arte perchè sembra riferirsi all'amore
perduto di una donna che viene chiamata Meriàtses.
In questo palazzetto sembra condensarsi tutta la grazia elegante
di un secolo ormai alla fine.
Definito col nome di "Terra" perchè circondato
da mura con fossato, torri e castello, la parte più
antica di Martano rappresenta uno dei centri più interessanti
del Salento sia per l'ottimo stato di conservazione che per
la regolarissima struttura viaria ad andamento ortogonale
che permette di ritagliare isolati rettangolari le cui dimensioni
non superano i ventisei metri di lunghezza, misura che troveremo
in altri centri della Grecìa Salentina.
L'accesso all'abitato era garantito da due porte ora distrutte,
messe all'estremità dell'attuale via Roma.

Il
minuto tessuto residenziale fatto non solo di piccole case
a corte ma anche di palazzetti con straordinarie soluzioni
architettonico - decorative (Portali, balconi, finestre, colonne
angolari, stemmi, etc.), è dominato dai due enormi
volumi del Castello e della Parrocchiale che costituiscono
momenti tra i più significativi della Storia dell'Arte
salentine.
Dedicata all'Assunta, protettrice del paese, la Chiesa Matrice
fu ricostruita nel 1596 (sul portale si legge:"Hoc cives
posuere Dei matrique dicarunt 1596"), distruggendo qualsiasi
ricordo dell'antica chiesa di rito greco.
Costruita da maestranze neretine (all'epoca il protagonismo
di quelle di Martano non si era ancora affermato) che nel
portale riproposero il modello medievale dei leoni stilofori
dell'antica chiesa. Alla spoglia porzione della facciata inferiore,
contrasta la zona superiore che si presenta congestionata
da angeli aggettanti in percario equilibrio, serpi, ghirlande
barocche, festoni e mascheroni, sirene impudiche. Nelle paraste
appare il motivo architettonico tipicamente leccese della
"colonna ingabbiata". L'arioso interno conserva
notevoli altari sei - settecenteschi; in quello della Santissima
Annunziata possiamo ammirare una splendida tela del pittore
leccese Oronzo Tiso, della seconda metà del '700; notevole
è pure la tela dell'Immacolata, attribuita a C.Fracanzano.
Allo stesso modo, sono di notevole interesse l'alta mole dell'organo,
posto sulla porta d'ingresso, ed il ligneo soffitto decorato
nel '700 con 75 formelle ortogonali. Il modesto campanile
fu completato soltanto nel 1769.
Al Seicento risalgono la chiesa di San Domenico con l'ex convento
dei predicatori, la cappella dell'Immacolata ed il palazzo
Feudale.
La prima che fu fatta o rifatta nel 1652, data che si legge
sul prospetto che si è conservato nella sua originaria
fisionomia, ha un prospetto sobriamente decorato e l'interno
spartito a tre navate e ornato di altari settecenteschi.
Gli altari sono quasi tutti della prima metà del '700
ed in genere sono tipologicamente simili a quelli delle altre
chiese dei Domenicani.
Tra le numerose tele degne di attenzione, vi è quella
della Circoncisione, del primo '600, e quella della Pietà,
attribuita ad A.Fracanzano e, per alcuni, addirittura a Palma
il Giovane (è la tela dell'altare maggiore rifatto
a Napoli, in marmo, nel 1752). Settecentesco è il grande
organo.
L'ex convento, trasformato fin dal secolo scorso in Palazzo
Municipale - vi fu impiantato (1883) un osservatorio metereologico
- prospetta sulla piazza intitolata al naturalista Salvatore
Trinchese, il cui bronzeo monumento è lavoro di Antonio
Bortone.
La cappella dell'Immacolata, il cui prospetto fu nel secolo
scorso provveduto del timpano triangolare, conserva un sontuoso
altare barocco, mentre il Palazzo Feudale, costruito da Francesco
Maruli da Corigliano, ha una facciata il cui contrappunto
ornamentale è sobriamente affidato al risalto del portale
e dell'allineamento delle finestre.
Fuori dell'abitato, lungo la via per Borgagne, sorge il seicentesco
convento di Santa Maria della Consolazione, affidato ai monaci
cistercensi e costruito dagli Alcantarini nella seconda metà
del '600, sul luogo di un'antichissima e veneratissima cappelle
rurale di rito bizantino denominata "Madonna del Ligori".
La tradizione vuole che per la sua costruzione siano state
impiegate le pietre dei ruderi di due eremi abbandonati di
tradizione bizantina, San Biagio e San Nicola. L'edificio
conventuale è stato notevolmente rimaneggiato in questi
ultimi decenni in seguito all'installazione dei religiosi
cistercensi. Soltanto la chiesa conserva l'aspetto originario;
al suo interno è particolarmente notevole l'elaborato
altare maggiore (1691) alla cui sommità, in una cornice
ovale, è conservato l'affresco della Vergine della
Consolazione. Questa chiesa è stata recentemente sottoposta
ad importanti lavori di restauro che, tra l'altro, hanno recuperato
il prezioso pavimento in mattonelle smaltate.
Il convento è sede di una liquoreria, di una ricca
biblioteca, di una pregevole pinacoteca, dono dello storico
Michele Paone, ed offre ben 70 posti letto a quanti desiderino
condividere per qualche giorno l'ordinata semplicità
della vita monastica.
Nel recinto dell'edificio vi è una fonte d'acqua purissima
alla quale chiunque può attingere.
La più grande concentrazione di edifici, realizzati
tra il XIX e XX secolo, che offrono ancora l'idea della Cultura
locale della pietra, fatta di abilità tecnica e di
inventiva, si trova nella parte antica del Cimitero comunale
(via per Lecce). Se fin qui era stato il Barocco e poi il
Neoclassicismo a dimostrare la bravura delle maestranze locali,
gli edifici funebri testimoniano la capacità di adeguarsi
alle nuove forme, specialmente a quelle del "liberty".